LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (13, 14, 15) di Grazia Valente

13. Il distacco dalla sofferenza

                          tace il mio canto

                          quando al suo fianco

                          il dolore

                          intona il suo grido

Al dolore viene riconosciuta una superiorità, una prevalenza assoluta su ogni altro sentimento.

Ezra Pound sosteneva che “La cosa che importa, in arte, è una sorta di energia, qualcosa come l’elettricità o la radioattività, una forza che trasfonde, salda, unifica …”. Ma noi,   mentre stiamo vivendo il nostro dolore, siamo sprovvisti di qualunque forza. Per poterla riacquistare dobbiamo aspettare che il dolore, in qualche modo, decanti. Soltanto dopo averlo assimilato, metabolizzato, sarà possibile raccontarlo. Deve avvenire il distacco emotivo dalla sofferenza. Il dolore deve diventare quel “pianto lontano” di cui già abbiamo parlato.

14. Lo smarrimento del poeta

                          non so se chiamare poeta

                          chi non si è mai perduto

                          nel cieco labirinto 

del suo canto

E qui si ritorna nuovamente al tema della verità in poesia. Se si è sinceri nello scrivere, se veramente la creazione poetica è in atto dentro di noi, allora in quel momento stiamo vivendo una esperienza totalizzante, vicina al rapimento estatico, nel senso che ci stacchiamo dal mondo esterno per esplorare il nostro mondo interiore. Come non sentirsi persi, smarriti, davanti a una tale esperienza quasi mistica? In quel momento, noi diventiamo strumento della creazione, la nostra volontà è come assopita. Del resto già Croce sosteneva che, quando avviene l’interferenza della volontà nel processo artistico, non si ha poesia, ma antipoesia. Ed è per tale ragione che la poesia genuina è così rara. Poiché (ancora Croce) essa “nasce soltanto da uno stato di grazia”.

15. Emozione e stato emozionale

Ma, se il poeta non è stato lui stesso toccato dall’emozione, come può a sua volta trasmettere emozioni a chi lo legge? (e se la poesia non crea emozioni, tanto vale che il lettore si distragga con qualche interessante articolo di giornale!).

Occorre però fare attenzione a non confondere l’emozione con lo stato emozionale.

Infatti, la prima è una emozione che viene, per così dire, ricreata, quasi rivissuta. Essa viene attinta direttamente da quella “sorgente originaria” di cui si è parlato all’inizio di questo lavoro. La definiremmo emozione attiva, vale a dire che genera a sua volta emozioni. L’altra, invece, è una emozione superficiale,  una epidermica esaltazione. Più che una reale emozione, andrebbe piuttosto definita come uno stato emozionale, e come tale la chiameremmo emozione passiva, vale a dire che genera inerzia.

Ma può accadere che, in taluni poeti, vi sia una incapacità strutturale, di tipo psicologico, a esprimere emozioni.

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